L’informazione pernegrafica online

Nel dibattito in corso in questi giorni sul tema della post-verità e della diffusione di notizie false o tendenziose in Rete (le cosiddette bufale) manca un’informazione fondamentale, di natura quantitativa: quante bufale si producono e quanto sono condivise sui Social Network? Qual è il peso di questo tipo d’informazione in relazione a quello delle testate online che fanno capo a gruppi editoriali noti e riconosciuti?

La misura dei volumi di produzione e la stima dell’influenza delle bufale nel panorama dell’informazione online è un lavoro possibile qualora siano disponibili i seguenti dati:

  • l’insieme di siti Web (testate) sui quali vengono pubblicati gli articoli
  • il censimento degli articoli pubblicati da ogni testata
  • il numero di condivisioni degli stessi articoli sui Social Network

La fase di individuazione delle fonti delle bufale è alla base del successivo lavoro di raccolta delle informazioni sui contenuti. In realtà, il termine bufala connota un articolo e non una testata. E’ quindi difficile parlare di siti Web che pubblicano esclusivamente bufale. Non tutte le notizie sono false, non tutte le notizie sono verificabili e, anche qualora lo fossero, non c’è un modo rigoroso e veloce per determinarne la veridicità. Inoltre, leggendo lo stile editoriale di molte sedicenti testate d’informazione online, si nota che gran parte degli articoli non riportano notizie false ma presentano i fatti in modo distorto, orientato in modo ossessivo al supporto di tesi pregiudiziali impregnate di derisione, odio e malignità, mania di persecuzione, gusto morboso.

La distorsione della realtà e la pubblicazione di notizie false o imprecise è un problema che, in qualche misura, riguarda tutte le testate di attualità. Possiamo supporre che esista una quota fisiologica di questo tipo di notizie nella produzione giornalistica, dovuta a errori e leggerezze nella verifica delle fonti, uno stile narrativo iperbolico di alcune firme, l’impronta editoriale della testata. Tuttavia, la concentrazione di articoli falsi e distorti è diversa da testata a testata e per alcune di esse risulta molto superiore al valore fisiologico. Ciò consente di definire un insieme di siti Web il cui modello informativo e di business è guidato dalle “dinamiche della bufala” (o del clickbaiting): la volontà di presentare i fatti in modo distorto per ragioni politiche o ideologiche, la produzione di contenuto attrattivo a fini pubblicitari, la costruzione di un network mediatico da utilizzare in caso di necessità.

Più che di siti di bufale in questi casi dovremmo parlare di siti pernegrafici(1): il contenuto offerto da questi siti Web è costruito per attrarre e vendere le persone che li frequentano. La vendita dei lettori avviene con il sistema della pubblicità online (una vendita, diciamo, diretta) o con l’influenza culturale e politica (vendita indiretta). Si potrà obiettare che questo è esattamente il modello sul quale è nata e si è sviluppata l’industria giornalistica del secolo scorso e che anche oggi ne determina le dinamiche di fondo. E’ un’obiezione fondamentale, sulla quale si potrebbe sviluppare un dibattito che ci porterebbe lontano dall’obiettivo di questa analisi, esclusivamente dedicata alla stima quantitativa del fenomeno. Possiamo però rilevare il fatto che gran parte dei siti pernegrafici non sono respons-abili, nel senso etimologico del termine: non sono capaci di rispondere a eventuali richieste di chiarimento, precisazioni e correzione di quanto pubblicato. Gli articoli, infatti, non sono firmati, non esiste una redazione e spesso, a parte un indirizzo eMail, non è possibile contattare l’editore.

Terminate le premesse, torniamo occuparci della misura dell’influenza dei siti pernegrafici. La BlackList di Bufale.net fornisce l’elenco che è stato utilizzato nei dati che seguono. Si tratta di domini classificati come siti di disinformazione medica, scientifica, politica, religiosa e razziale, siti di scandali e complotti.

Visite ai siti Web nel mese di novembre 2016, da desktop e dispositivi mobili (fonte: SimilarWeb)

Visite ai siti Web nel mese di novembre 2016, da desktop e dispositivi mobili (fonte: SimilarWeb)

Il numero di visite mensili da desktop e da dispositivo mobile è stato ottenuto grazie ai dati di SimilarWeb. L’insieme dei 129 siti pernegrafici ha ottenuto nello scorso mese di novembre 23,7 milioni di visite, il 63,8%  delle quali provenienti da un Social Network (nel 98% dei casi si tratta di Facebook). I Social sono quindi la principale forma di traffico e, se sommata all’organic search (ovvero al contributo di Google), si giunge alla conclusione che quasi 4 visite ai siti pernegrafici su 5 sono promosse da Google e Facebook.

Il traffico Web complessivo non è particolarmente elevato ma si ricordi che non comprende la quota di attenzione e lettura prodotta esclusivamente sui social, senza la visita al sito Web della fonte. Con i dati a disposizione non è possibile stimare il numero di letture sui social per ogni lettura sul sito Web della testata. Dal momento che i contenuti delle testate pernegrafiche sono fortemente radicati nei social – e da questi redistruibuiti – è ragionevole ritenere che il dato di visita ai siti Web sia una frazione del numero di contatti che essi riescono a sviluppare con la propria audience.

A confronto con i 93 siti editoriali più popolari in Italia (le testate d’informazione responsabili, con redazione e giornalisti), il traffico Web dei siti pernegrafici è pari a meno di un ventesimo.

Le 93 testate editoriali esaminate, infatti, sviluppano nello stesso mese di novembre 569 milioni di visite da desktop e mobile sui propri siti Web. A differenza dei siti pernegrafici, la provenienza di traffico sulle testate editoriali da social è limitata al 13,3% e la principale fonte di traffico è la richiesta diretta del lettore (43%). Google a Facebook portano ai siti Web editoriali il 42,6% del loro traffico.

La produzione editoriale dei 129 siti pernegrafici individuati da Bufale.net è stata monitorata da UACMeter per 18 giorni, analizzando il numero di condivisioni sui social network di ogni articolo pubblicato nelle homepage degli stessi siti.

Per ogni articolo è stato quindi ottenuto il numero di condivisioni su Facebook, Google+ e LinkedIn (Twitter non consente più di ottenere questo dato dal novembre 2015). Per ragioni ancora da chiarire, solo per 81 dei 129 siti sono stati rappresentati nei dati di UACMeter. La produzione editoriale nei 18 giorni di osservazione è pari a 15mila articoli, ovvero 800 per giorno, e ha sviluppato 350mila condivisioni per giorno.

Nello stesso periodo i siti editoriali producono 56mila articoli che raccolgono 19 milioni di condivisioni. Il numero medio di condivisioni per articolo risulta maggiore sui siti pernegrafici rispetto ai siti editoriali (409 vs 339).

In definitiva si può concludere che l’influenza dell’informazione pernegrafica è una frazione di quella dei grandi newsbrand di derivazione cartacea, televisiva e online. Ogni 3,7 articoli pubblicati sulle testate editoriali di attualità ne compare uno sulle testate pernegrafiche e ogni 3,1 condivisioni sui social di articoli di testate editoriali ne viene condiviso uno pubblicato da una testata pernegrafica. Il traffico Web delle testate editoriali è decisamente superiore a quello delle testate pernegrafiche ma queste ultime risultano molto più radicate nei social ed è ragionevole supporre che gran parte della lettura dei contenuti pernegrafici avvenga direttamente sui social e non sui siti Web delle testate. A parità di numero di articoli prodotti, i siti pernegrafici mostrano di essere più efficaci dei siti editoriali nell’amplificazione dei loro contenuti sui Social Network.

La condivisione sui social delle notizie di attualità è un proxy indicator della loro capacità di creare adesione e coinvolgimento nel lettore. Il fatto che le notizie pubblicate dai siti pernegrafici sviluppino complessivamente un terzo delle condivisioni sociali delle notizie dei newsbrand può ragionevolmente portare a concludere che questo sia il peso relativo dei siti pernegrafici nella rappresentazione e nella formazione dell’opinione pubblica all’interno del segmento di popolazione online.

 

 

(1) Da pernemi, verbo greco che significa “mi vendo”, usato, tra l’altro, anche nel caso della vendita e traffico di schiavi con paesi stranieri.

Il Digital Banking nel 2016

Il mobile continua a registrare una forte crescita e il mondo bancario non fa eccezione. Secondo il CheBanca! Digital Banking Index, l’osservatorio che misura la digitalizzazione del banking in Italia realizzato da Human Highway per CheBanca!, 20161213_agli utenti mobile sono cresciuti da 3,6 mln a marzo 2015 a 5,2 mln a settembre 2016. In pratica, tre correntisti online su dieci (30,7%) accedono abitualmente alla propria banca tramite smartphone e il 18% di questi  usa unicamente l’App per accedere al conto online: in definitiva il 5,5% dei correntisti online a settembre 2016 è “mobile only”  mentre solo 18 mesi fa la percentuale non superava il 2,5%.

La filiale si conferma però un punto di contatto fondamentale nel rapporto tra il cliente e la propria banca, restando il punto di riferimento per le operazioni più complesse.

Le App piacciono ai clienti, ma principalmente per le operazioni di base

I diversi punti di contatto tra il cliente e la banca continuano a differenziarsi per utilizzo e le App vengono usate prevalentemente per le operazioni di base: il 26% dei clienti accede per controllare saldo e movimenti; il 21% per effettuare bonifici e pagamenti; solo il 3% per il trading e l’investimento in fondi e polizze. La situazione non cambia considerando gli accessi via Web: l’utilizzo per effettuare trading di titoli, investimenti in fondi e polizze e stipulare certificati e conti deposito è ancora scarso, per queste operazioni la filiale rimane il canale preferito.20161213_b

Il trend si conferma nonostante le banche offrano tramite App servizi sempre più complessi, che vanno al di là del semplice controllo di saldo e movimenti sul conto e dei pagamenti. Cresce significativamente l’offerta relativa ai pagamenti P2P (54% a settembre 2016 vs 13% di marzo 2015) e continua ad aumentare la possibilità di effettuare operazioni di trading da mobile (67% vs 50%).

Per i servizi bancari digitali c’è ancora un notevole potenziale di crescita

I correntisti che a settembre 2016 accedono ai loro conti correnti da Web o App sono ben 17,7 milioni. Di chi si tratta? Si tratta per lo più di maschi (56,9%) con un’età inferiore ai 45 anni (54%) e che vivono al Nord (48,5%). I soggetti con disponibilità di spesa elevata (superiore 2.000 euro al mese) che operano online sono circa il doppio rispetto al segmento complementare dei bancarizzati non online (16,2% vs 8,7%).

Sul fronte opposto tuttavia troviamo ancora 6,3 milioni di persone che non operano sui loro conti attraverso la rete pur avendo un conto corrente e utilizzando Internet in modo regolare: un notevole potenziale di crescita per i servizi bancari digitali.

Le ragioni di questa chiusura al digital banking sono riassumibili in tre categorie: nessun bisogno nel 52% dei casi (il servizio tradizionale soddisfa tutte le necessità), i timori legati alla sicurezza (14%) e la (presunta) incapacità a fare uso del conto online nel 19% dei casi.
20161213_c

I clienti sono più consapevoli delle opportunità a loro disposizione, ma la strada è ancora lunga

La scarsa dimestichezza con il mondo del digital banking si riflette anche nella scarsa consapevolezza rispetto ai nuovi strumenti a disposizione dei clienti, come la portabilità dei conti. Sebbene a oggi oltre un correntista online su due (52,5%) affermi di conoscerne più o meno approfonditamente i termini rispetto a un anno fa, la percentuale cresce con fatica.

Da rilevare come la maggiore conoscenza corrisponda a una maggior propensione al cambiamento di banca: il 33% di chi intende chiudere un conto per aprirne un altro dichiara di conoscere molto bene il meccanismo della portabilità.

La vera rivoluzione in termini di educazione finanziaria vede protagonista il robo-advisor, un consulente finanziario virtuale che offre servizi personalizzati sugli investimenti. La conoscenza di questo strumento è notevolmente cresciuta negli ultimi mesi: in sei mesi il numero di chi afferma di conoscere in modo più che vago la proposta dei robo-advisor è cresciuto da 200mila a 500mila individui.

Un trend particolarmente positivo che tuttavia ci dà le dimensioni di un fenomeno ancora molto contenuto rispetto alle sue potenzialità: l’obiettivo da raggiungere continua a essere sfidante.

Newsruption 2016

Dopo 15 anni di trasformazioni, la distribuzione d’informazione di attualità sembra essere giunta a un nuovo punto di equilibrio. Il nuovo scenario è ancora dominato dai soggetti che lo avevano costruito nell’era pre-digitale ma è abitato dai nuovi editori “pure digital”, nuovi intermediari (aggregatori e motori), nuovi soggetti distributivi e di partecipazione (social, App). L’online è cresciuto a discapito della carta ma le testate che dominavano la scena all’epoca della carta sono ancora forti nell’online. C’è stato un conflitto di mezzi ma non di testate. La novità dell’online è l’emergere di una nuova meta-testata, Facebook, la cui forza informativa è oggi paragonabile a quella di tutte le testate d’informazione online. L’informazione televisiva, invece, ha conservato gran parte del peso e della centralità di cui godeva 15 anni fa e l’efficacia informativa del mezzo continua a essere incomparabilmente superiore a quella di tutti gli altri mezzi, anche nel target degli utenti Internet, più esposto alle alternative offerta dal digitale e meno tele-centrico.

 

L’aggiornamento del 2016 dei dati di Newsruption mette in risalto tre risultati:

  1. la crescita del pubblico dell’informazione online di attualità. Il numero di persone che si dichiarano lettori abituali d’informazione di attualità online è salito dai 13 milioni di individui del 2010 agli oltre 17 del 2016. La crescita è guidata dalle App ma i quotidiani sul Web, nel complesso, hanno guadagnato 4 milioni di lettori negli ultimi sette anni.
  2. l’influenza dei social network nella generazione di conoscenza dei fatti è costante da 3 anni. I Social Network hanno un ruolo rilevante nella capacità informativa (13,8 utenti Internet ogni 100 apprendono una notizia rilevante dai social) ma non superiore a quello dei quotidiani online (22,7 su 100) e molto lontano dai media tradizionali, in particolare la TV (54,1 su 100, tra le quali 45 informate dalla TV).  NOTA: i numeri si riferiscono al primo contatto con una notizia e non alla costruzione dell’opinione, tema assai più complicato da misurare e interpretare.
  3. la condivisione delle notizie di attualità sui Social Network è stata esplosiva dal 2011 al 2015, quando il numero medio di condivisioni per articolo è più che triplicato, arrivando l’anno scorso a sfiorare il milione di unità nel giorno medio. Nei primi 10 mesi del 2016 il numero di condivisioni ha superato il milione per giorno ma ora mostra un tasso di crescita molto più contenuto rispetto al passato. La condivisione degli articoli sui Social Network è dominata da Facebook, con 97 segnalazioni su 100. Il resto si divide tra Twitter, LinkedIn e Google Plus e le quote dei social minori sono variabili in funzione della testata, come è stato mostrato in Newsruption.20161127_e

Le persone che fanno esperienza di lettura dei quotidiani nelle tre forme (via App, su carta e sul Web) possono indicare la soluzione preferita per leggere le notizie della giornata: la loro scelta ricade sempre più sulle App (41%) che sulla carta (17%). Il favore verso l’App è cresciuto negli ultimi anni mentre è rimasto costante quello verso la carta, a indicare uno «zoccolo duro» di lettori del formato cartaceo. Chiaro anche il segnale che viene dalla terza possibilità, la lettura sul Web: la quota di quanti preferiscono questo canale è in costante diminuzione passando dal 42% nel 2012 al 26% del 2016.

20161127_f

Risposta alla domanda “Immagina di avere un po’ di tempo libero la sera per leggere le notizie della giornata. Potendo scegliere, preferiresti sfogliare le notizie…”

 

La strada verso l’integrazione dei canali

Quasi il 60% degli acquisti tradizionali di prodotti di una certa rilevanza sono preceduti dalla raccolta d’informazioni online. Il 92% degli acquirenti porta con sé lo Smartphone nei negozi e nel 6,1% dei casi questo svolge un ruolo importante o determinante nella decisione d’acquisto che avviene nel punto vendita.

11 categorie, 212 insegne analizzate, 36.755 punti vendita

11 categorie, 212 insegne analizzate, 36.755 punti vendita

Per descrivere come la struttura tradizionale della distribuzione commerciale dei prodotti sta reagendo alle novità portate dal digitale, Human Highway ha analizzato 212 insegne della distribuzione attive in 11 categorie di prodotti. L’insieme preso in esame può contare su una struttura di oltre 36.000 punti vendita sul territorio e ha generato 130 miliardi di euro di acquisti degli italiani nel 2015.

Nel 96% dei casi questi acquisti si sono prodotti sul canale tradizionale e solo 4 euro su 100 sono stati spesi online.

Quota di insegne che consentono l’acquisto online dei prodotti presenti nei loro punti vendita fisici

Quota di insegne che consentono l’acquisto online dei prodotti presenti nei loro punti vendita fisici

Il 72,2% delle insegne analizzate offre la possibilità di acquistare online gli stessi prodotti che l’acquirente può trovare nei rispettivi punti vendita fisici. Oltre un’insegna su quattro non si è attivata nell’eCommerce e serve il proprio cliente solo attraverso il canale tradizionale. Il dato ponderato sui punti vendita indica che nel 54,7% dei negozi di un’insegna è possibile acquistare prodotti che la stessa insegna vende anche online. La prassi dell’eCommerce ha quindi raggiunto oltre tre quarti delle catene della distribuzione e in quasi la metà dei negozi corrispondenti si potrebbe ritirare un prodotto acquistato online, essendo venduto dalla stessa insegna.

Questa possibilità, che rappresenta il primo passo verso l’integrazione dei canali, è però spesso ignorata: solo nel 19,5% dei punti vendita si può ritirare un prodotto acquistato online e in poco più della metà di questi (l’11,0% del totale) si può restituire un prodotto acquistato online. Eppure i benefici del ritiro in negozio sono evidenti: un maggior numero di passaggi di acquirenti nei punti vendita, la soddisfazione dell’ampio segmento di coloro che hanno necessità di avvalersi del servizio[1], una più ricca profilazione dei clienti e l’analisi dei loro percorsi di acquisto multi-canale.

Numero e incidenza dei Punti Vendita tradizionali integratia vario titolo nell’acquisto online

Numero e incidenza dei Punti Vendita tradizionali integrati a vario titolo nell’acquisto online

Ancora inferiore è la quota di negozi che consentono il ritiro di un prodotto prenotato online. Il Book & Collect rappresenta un livello di sofisticazione maggiore del semplice ritiro in negozio perché presuppone l’esistenza di un unico sistema informativo per gestire i canali, allineato in tempo reale con la disponibilità dei prodotti a magazzino e nei punti vendita della rete tradizionale. In effetti, questa possibilità è offerta solo nel 6,2% dei punti vendita delle insegne analizzate e si può considerare al momento lo stadio più avanzato nel lavoro di integrazione dei canali.

La strada è ancora molto lunga e siamo solo all’inizio del percorso di sviluppo del Net Retail.

 

[1]  Solo il 12% degli acquirenti online, infatti, dispone di un servizio di portineria (Human Highway / Netcomm, 2015)

AdBlock e fastidio

I dati presentati nella ricerca italiana sull’AdBlock, ai quali ha contribuito anche Human Highway, descrivono un fenomeno di proporzioni significative anche se non particolarmente preoccupante. La stima della quota di pagine sulle quali agisce il blocco pubblicitario è nell’intorno del 10-15%, maggiore sui PC e più contenuta sui dispositivi mobili. I risultati mostrano però che diversi milioni di italiani hanno deciso di ricorrere all’AdBlock per limitare l’afflusso dei contenuti pubblicitari nelle pagine Web che consultano: talvolta per il fastidio, altre per la velocità di navigazione o, infine, nel caso dei dispositivi mobili, per contenere il consumo di banda e batteria. La motivazione che richiama il tema del fastidio è prevalente tra gli utenti italiani e segnala l’esistenza di un segmento che ha attivato una protesta silenziosa contro l’affollamento eccessivo e l’invasività di alcuni formati pubblicitari. Le persone che hanno violato il “patto pubblicitario” con gli editori installando l’AdBlock ritengono che il patto stesso è stato violato prima da alcuni siti Web perché applicato oltre i limiti del ragionevole. Il patto pubblicitario, che prevede la gratuità dei contenuti a fronte della presenza di inserzioni pubblicitarie, è in generale compreso e approvato, anche dagli stessi utenti di AdBlock. La protesta di chi installa l’AdBlock non si riferisce al patto in sé ma alla sua applicazione nei fatti.

Da questa prospettiva l’AdBlock sul PC è una reazione all’eccessivo affollamento e fastidio della pubblicità sul Web e le ragioni dell’adozione dell’AdBlock dovrebbero essere meno sentite se il fastidio diminuisse e la leggibilità dei siti migliorasse.

La linea rossa si riferisce all’indice di fastidio (aprile 2016 = 100) e fa riferimento alla scala di sinistra; in blu la media degli annunci bloccati per sito segnalati da AdBlock su Chrome

Per questo motivo abbiamo misurato dallo scorso aprile l’indice di fastidio, un parametro che riassume la difficoltà di lettura dei contenuti dei siti Web causata dall’affollamento e dal fastidio dei formati pubblicitari utilizzati. Ad ogni formato è associato un “peso” di fastidio, misurato sulla base delle dichiarazioni di un campione di utenti, dalle quali risulta, per es., che il fastidio prodotto da un overlay è nove volte superiore a quello della background skin. L’indice di fastidio complessivo è prodotto dalla combinazione dei pesi di fastidio dei singoli formati presenti su ogni sito Web, ponderato per il traffico sviluppato dallo stesso sito (visite mensili da desktop e mobile).

L’indice è stato ottenuto analizzando 26 siti d’informazione online, dalle testate dei grandi quotidiani ai nuovi siti d’informazione “all digital”. La realizzazione dell’indice proseguirà nei prossimi mesi, di pari passo con l’analisi di tendenza dell’adozione dell’AdBlocking in Italia, per verificare se le iniziative annunciate dagli editori avranno l’effetto di produrre una migliore leggibilità dei contenuti.

Go!

L’ecosistema dei servizi digitali e interattivi sta ridefinendo il modo di acquistare di milioni di italiani e sta spostando quote di valore dal canale tradizionale all’online. Secondo Net Retail, nel 2016 dovremmo raggiungere i 25 miliardi di euro di spesa per gli acquisti online di prodotti e servizi degli italiani. Il ruolo dell’online non si limita a creare una nuova modalità di acquisto a distanza perché il mondo digitale influenza in misura notevole anche gli acquisti tradizionali. I touch point dell’online contribuiscono a far maturare l’intenzione di acquisto in molte categorie di prodotti che continuano ad avere nel canale tradizionale il principale sistema di distribuzione.

20160713_AMolti touch point dell’online sono consultati da più di un acquirente su tre per raccogliere informazioni su un prossimo acquisto di tipo tradizionale: il principale – e comune a tutte le categorie – è la ricerca sul Web, generalmente svolta a partire da Google. I commenti e le valutazioni di altri utenti o acquirenti sui servizi di rating o sui social hanno interessato il 24,6% degli acquirenti presi in esame, in leggera crescita rispetto al 2014.20160713_B

Il fenomeno è piuttosto stabile nel tempo e dipende in modo evidente dalla categoria di prodotti presa in considerazione (vedi alla pag.58 di Net Retail 2016).

Gli effetti degli online touch point sono dilatati nel tempo e i modelli di attribuzione della loro influenza sull’acquisto finale sono segnati da una sistematica approssimazione. Lo studio del customer journey multi-canale conferma tuttavia che i retailer tradizionali devono curare con attenzione la presenza sui touch point digitali perché su questi matura o si rafforza la considerazione dell’acquisto tradizionale e perché se non sono presidiati dalla propria marca offrono occasioni di ingaggio alle marche concorrenti.

Pokemon_Go_2L’elenco dei touch point digitali da curare si è arricchito negli ultimi giorni di un nuovo soggetto. Il successo di Pokemon Go! ha sorpreso per la velocità di diffusione, l’elevato coinvolgimento e l’efficacia della comunicazione. Si tratta, ovviamente, di un caso eccezionale e difficilmente replicabile, candidato a diventare un caso di studio nei corsi di marketing. Pokemon Go! rappresenta un caso paradigmatico della capacità che il digitale (in questo caso la realtà aumentata) possiede nel generare traffico nei luoghi fisici, punti vendita inclusi, e creare nuovi format di comunicazione, esperienziali e multi-canale.

L’articolo di Inc.com (Pokemon Go Is Driving Insane Amounts of Sales at Small Local Businesses) fornisce anche una stima del costo del Sistema, nell’ordine di un euro per decine di visite (pochi centesimi di euro a visita, molto meno del classico CPC dell’online).

Una nuova prassi di marketing digitale sta per diventare mainstream, misurabile, ibrida e perfettamente coerente con lo stile del Net Retail.

 

Il futuro del retail

Il 2015 si chiude con un altro notevole progresso dell’industria italiana dell’online retail, riassunta nell’ultimo numero di Net Retail, la ricerca realizzata da Human Highway per PayPal Italia con il Consorzio Netcomm.

20160516_BI risultati dell’analisi descrivono lo spostamento di una piccola parte dei consumi dal canale tradizionale all’online, nell’ordine del 3% del totale. Questa piccola percentuale ha generato negli ultimi quindici anni la nuova industria dell’eCommerce, un settore che in Italia nel 2015 ha mosso 20,9 miliardi di euro. Il versante del retail tradizionale ha reagito in ritardo e ora, come mostrano i risultati della ricerca, appare in difficoltà nel nuovo paradigma della vendita online a distanza. Tuttavia, l’eCommerce è solo il primo stadio evolutivo di una rivoluzione più ampia che ha ora iniziato a interessare anche la distribuzione commerciale di diverse categorie di prodotti ai consumatori finali.

Per capire come la struttura tradizionale della distribuzione commerciale dei prodotti sta reagendo alle novità portate dal digitale Human Highway ha analizzato un paniere di otto categorie di prodotti nelle quali agiscono 150 insegne della distribuzione: Alimentare e Casa, Arredamento, Cosmetica, Lusso, Attrezzature e Abbigliamento sportivo, Hobby (Giocattoli e Brico), Fast Fashion ed Elettronica. L’insieme preso in esame può contare su una struttura di quasi 30.000 punti vendita sul territorio e ha generato 130 miliardi di euro di acquisti degli italiani nel 2015. Nel 96% dei casi questi acquisti si sono prodotti sul canale tradizionale e solo 4 euro su 100 sono stati spesi online.

20160516_C Eppure, il 76,7% delle insegne analizzate offre la possibilità di acquistare online gli stessi prodotti che l’acquirente può trovare nei rispettivi punti vendita fisici e in alcune categorie la percentuale arriva o sfiora il 100%. Il dato ponderato sui punti vendita indica che nel 48,7% dei negozi è possibile acquistare prodotti che sono in vendita anche online. La prassi dell’eCommerce ha quindi raggiunto oltre tre quarti delle catene della distribuzione e in quasi la metà dei negozi corrispondenti si potrebbe ritirare un prodotto acquistato online, essendo venduto dalla stessa insegna. Questa possibilità, però, presuppone che i canali siano integrati almeno in alcune parti del processo (logistica, identificazione dell’acquirente, pagamento)  e richiede un’infrastruttura più sofisticata della semplice vendita online (eCommerce) che considera l’online un canale alternativo alla rete dei punti vendita tradizionali. I benefici del ritiro in negozio sono evidenti: un maggior numero di passaggi di acquirenti nei punti vendita, la soddisfazione di coloro che intendono avvalersi del ritiro in negozio[1], la possibilità dell’identificazione e della profilazione dei clienti. L’analisi del servizio offerto dalle 150 insegne esaminate mostra che, in effetti, il numero di negozi nei quali è possibile ritirare un acquisto online è molto inferiore al numero di negozi delle catene che vendono online e che l’integrazione dei canali è in molti casi incompleta.

20160516_D

Il 76,7% delle 150 insegne del retail tradizionale analizzate vendono anche online. I punti vendita nei quali è  possibile ritirare un acquisto online sono solo l’8,6% del totale e in una quota simile (il 9,0%) è possibile rendere un prodotto acquistato online. Ancora inferiore è la quota di negozi nei quali è possibile andare a ritirare un prodotto individuato e prenotato online. Si tratta di un livello di sofisticazione ancora maggiore perché presuppone un unico sistema informativo per gestire i due canali, allineato in tempo reale con la disponibilità dei prodotti a magazzino e nei punti vendita della rete tradizionale.

20160516_EIn effetti, questa possibilità è possibile sono nel 4,5% dei punti vendita delle insegne analizzate e si può considerare al momento lo stadio più avanzato nel lavoro di integrazione dei canali. Le categorie del Retail che si rivelano più attente all’integrazione dei canali  sono l’Elettronica (inclusi gli Elettrodomestici) e il Fast Fashion: si tratta di 29 insegne con oltre 4.000 punti vendita che servono i due segmenti di acquirenti più evoluti dal punto di vista digitale (i tech-savvy e i giovani) e sono caratterizzate da un «Net Retail Score» molto più elevato della media. Lo Score, che varia da 0 a 10, sarà utilizzato per seguire l’evoluzione futura del fenomeno e incorpora aspetti del servizio multicanale quali la possibilità di acquistare online, ritirare in store un acquisto online, rendere un acquisto online in store, verificare online la disponibilità di un articolo in store, prenotare online un articolo in store, utilizzare online la carta fedeltà del retail tradizionale, l’esistenza di una community online degli store tradizionali, la disponibilità di un Branded Payment System.

20160516_ALo Smartphone è il dispositivo  che inaugurerà la nuova fase, guidando il passaggio dall’eCommerce al Net Retail. Se lo Smartphone ripropone l’esperienza di acquisto a distanza sulla Rete, rimane una propaggine più o meno efficace del PC. Quando si pensa, invece, allo Smartphone come un terminale intelligente del Net Retail, in questi dati si può vedere allo stato embrionale la nuova fase di sviluppo degli acquisti digitali del futuro. Il digitale entra nei negozi, rende possibile nel punto vendita fisico la stessa ricchezza di esperienza che milioni di persone hanno imparato a fare online: essere riconosciuti, avere un profilo e vantaggi personalizzati, socializzare e partecipare alle review dei prodotti, pagare con un click (o un tap) e avere assistenza da remoto nel post-vendita.

 

[1]  Solo il 12% degli acquirenti online dispone di un servizio di portineria (Human Highway / Netcomm, 2015)