La propensione all’imprenditorialità

In occasione della Fiera delle Startup è stata presentata una ricerca di Human Highway sulla propensione degli italiani all’attività d’impresa. Italia Startup, l’Associazione no profit che rappresenta l’ecosistema delle startup italiane, ha commentato durante il convegno i risultati di una ricerca svolta da Human Highway su un campione di circa 1.000 individui rappresentativi della popolazione Internet italiana.

La domanda di partenza ha avuto una risposta: quanti sono in Italia gli aspiranti imprenditori? Quante persone, se potessero disporre di una quantità di denaro significativa – ma non esorbitante – sceglierebbero di lanciarsi in un’attività imprenditoriale? E’ indubbio che vi sia oggi un potenziale latente di imprenditoria che cerca e non trova i modi di svilupparsi. Un potenziale che può essere generato dalla crisi di lavoro e dalla necessità di inventarselo; oppure dalle opportunità che diverse persone vedono nella crisi, ritenendo che non si tratti solo di una congiuntura sfavorevole ma di un momento di forte discontinuità nei sistemi di produzione e nei servizi. Un potenziale alimentato dal fermento digitale che investe molti settori tradizionali ma anche dalla trasformazione culturale della figura dell’imprenditore, caratterizzato da un rinnovato favore sociale: uno che sa fare, che fa, che si gioca in prima persona e che lavora sodo.

Il risultato dell’analisi di Human Highway indica un potenziale di nuovi imprenditore stimabile attorno alle 300mila unità. Sono l’1,1% della popolazione rappresentata nella ricerca, poco più di uno su 100. Persone che, di fronte all’inattesa disponibilità economica di 200mila euro, dichiarano di voler cogliere l’occasione per lanciare la propria attività imprenditoriale. Parlano di un’idea più concreta di un sogno: sanno spiegare di cosa si tratta, di voler investire più di metà della somma e di avere già maturato il progetto con una certa convinzione e precisione.

Il principale modello di riferimento per il 31% di questi aspiranti imprenditori è il self-made-man all’italiana (da Ferrari a Briatore, da Berlusconi a Delvecchio), che attrae preferenze soprattutto nel Nord Italia (55%) e tra coloro che investono nel settore commerciale (27%).

Per il 29% il modello è invece costituito dalle grandi famiglie imprenditoriali italiane (Agnelli, Barilla, Ferrero) che raccolgono preferenze soprattutto al Sud e nelle Isole e tra coloro più propensi a investire nella ristorazione (21,3%) o nel turismo (21,4%)

Un giovane imprenditore su quattro è attratto invece dall’imprenditore dell’informatica e della new economy: tra i nomi più citati ci sono ovviamente Bill Gates, Steve Jobs o Mark Zuckerberg. Il 70,9% di questi aspiranti imprenditori sono uomini e il 49,4% ha un’età  tra i 24 e i 35 anni, risiedono in gran parte nel Nord (52,6%) e se avessero a disposizione 200mila euro li investirebbero nel 29% dei casi nel settore dei Software/Servizi Web (tre volte il dato complessivo)

Infine il 18% ammira i manager-imprenditori alla Marchionne o De Benedetti. Sono in genere aspiranti imprenditori tra i 35 e i 44 anni (33,7%) che intendono puntare ai settori Manifatturiero (34,1%) o Commerciale (29%).

Non è un caso che proprio l’ipotesi di ricevere una donazione di 200.000€ abbia scatenato il desiderio imprenditoriale degli italiani: tra i principali inibitori della libera iniziativa c’è proprio la scarsità di risorse finanziarie per dare corpo al proprio progetto. Per 8 aspiranti imprenditori su 10 questo è il principale ostacolo. Al secondo posto tra i fattori inibitori, nettamente distaccato dal primo, si classifica la difficile congiuntura economica, che blocca il 20,6% degli intervistati. Il mancato reperimento di amici o colleghi disposti a rischiare nel progetto ferma invece l’11,1% degli aspiranti imprenditori.

Sembra un paradosso, ma la crisi genera una delle risorse più importanti per l’economia italiana: il desiderio di imprenditorialità, di esprimere i propri talenti per creare nuove opportunità lavorative” ha commentato Federico Barilli, Segretario Generale di Italia Startup. “Solo per 2 aspiranti imprenditori su 10 il momento economico sfavorevole è un limite; per la maggior parte di loro, basterebbe trovare un adeguato finanziamento per creare una nuova realtà produttiva. Questa indagine diventa dunque un forte richiamo per le aziende consolidate, i settori maturi, soprattutto del Made in Italy, a investire nelle startup: è invito a contaminarsi con i nuovi modelli di business offerti dalle tecnologie digitali, un vero e proprio asset competitivo per il nostro Paese, capace di attrarre l’iniziativa imprenditoriale dei più giovani”.

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