L’informazione di attualità online

Anche quest’anno, per la quinta volta dal 2009, Human Highway e Liquida hanno condotto e diffuso al pubblico i principali risultati della ricerca annuale sull’informazione online di attualità. La descrizione e i trend dello scenario sono stati analizzati e discussi con Pier Luca Santoro e Luca Conti, due autorevoli osservatori dei fenomeni digitali in Italia. Le loro riflessioni sono già state pubblicate sui blog il Giornalaio e Pandemia.

Rispetto a quanto già riportato nei pezzi dei due autori e nei key findings della ricerca, aggiungiamo qui tre spunti di riflessione:

[1] davvero i tablet possono salvare l’industria dei quotidiani. Probabilmente non tutti, diciamo i dieci grandi brand del giornalismo italiano. Le prime evidenze sull’accoglienza del pubblico per le versioni digitali dei quotidiani (le “Digital Edition” a pagamento) fanno ben sperare per il futuro. Il trend di diffusione della prassi di acquistare abbonamenti per leggere i quotidiani ex-cartacei sui tablet è più solido e convincente delle (nostre, personali) aspettative. I dati ADS disponibili da quest’anno confermano che a luglio 2013 gli abbonamenti acquistati sono quasi 300mila, da cui si ricava che gli abbonamenti in circolazione (non ancora a pagamento ma promozionati in varie forme) sono più o meno il doppio. Tutto questo in un contesto in cui i Tablet attivi in Italia sono poco più di tre milioni. Certo, al momento esiste una forte affinità tra l’utenza dei tablet e il consumatore d’informazione testuale. I due numeri precedenti ci dicono che ogni 10 tablet attivi c’è un abbonamento a pagamento a una Digital Edition: questo rapporto oggi è al suo massimo e scenderà nel tempo perché i Tablet diventeranno uno strumento di uso comune per la maggioranza degli utenti Internet, anzi, degli italiani. Ma se anche scendesse a uno su trenta nel 2018, potremo contare su un mercato di diversi milioni di abbonamenti alle Digital Edition. C’è spazio per un miliardo di euro di ricavi da contenuti digitali.
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[2] il modello di business più tradizionale (abbonamento mensile o annuale a pagamento a un prodotto editoriale statico e di massa) si sposa bene con l’oggetto digitale più innovativo, il Tablet. Non c’è grande innovazione, al momento, su questo fronte.

Il terreno più interessante dal punto di vista dell’innovazione dei modelli rimane il Web aperto. Posto che i PayWall non sembrano la soluzione, ci sono un po’ di elementi che potrebbero combinarsi nel prossimo futuro. Perché i social sono consultabili solo su registrazione e i siti Web d’informazione sono a libero accesso? Anziché pensare al PayWall, perché non introdurre un RegistrationWall? Il secondo sito più consultato al mondo è dietro un RegistrationWall.

Basterebbe un sistema di identificazione semplice e veloce che consenta ai siti di news online di riconoscere il lettore, profilarlo, studiarlo, ingaggiarlo in varie forme, anche nel riconoscergli un ruolo attivo di ambasciatore della testata sulla Rete. Quali benefici si potrebbero ottenere?

  • Pubblicitari, la vendita di target con una ricca profilazione vale di più della vendita generica dell’intera audience. Se anche il RegistrationWall dimezzasse l’audience complessiva del mese o del giorno medio, l’aumento di efficacia della comunicazione ottenuto dalla profilazione dei lettori compenserebbe ampiamente il calo di volumi delle impression deliverate;
  • Editoriali, con possibili personalizzazioni del prodotto e, forse, anche un aumento della qualità dell’offerta editoriale;
  • Partecipativi, riconoscendo il lettore con un volto, almeno un nickname, e coinvolgendolo nelle iniziative di diffusione, commento alle notizie e partecipazione;
  • di Consumer insight: sempre meglio conoscere il comportamento di un account (un oggetto che è un proxy piuttosto preciso di un individuo) che di un cookie evanescente (un browser/device, cosa molto lontana da un individuo)
  • Commerciali: l’elevato grado di fiducia e reputazione di una testata editoriale è un fortissimo driver su cui innestare proposte di acquisto di beni e servizi (collaterals digitali) e introdurre nei siti di news un’anima di eCommerce

[3] Gli individui informati in Italia sono pochi. Quest’anno la ricerca indica in circa 15 milioni il numero di italiani che cercano informazione e approfondiscono in modo attivo i temi di attualità a cui sono interessati: poco più di un cittadino su quattro. Le altre persone, invece, incontrano l’informazione per caso, principalmente nel sottofondo della TV e generalmente con una fruizione passiva e casuale.

La Rete gioca un ruolo informativo importante, in particolare grazie al tessuto dei social media che è diventato capace di diffondere in modo capillare l’informazione prodotta dagli editori e amplificata dal contributo (commenti, condivisioni, like e retweet, etc.) dei singoli lettori. Potremmo dire che c’è una quota crescente di persone che s’informa “a sua insaputa”: persone che interagiscono con una notizia sui social, che seguono il link di un amico, incontrano un’occasione di approfondimento in un video embeddato nel feed di un collega. Persone che non si recano abitualmente sui siti d’informazione ma sono comunque informate di rimando dai propri amici. Un fenomeno ulteriormente amplificato dal mobile Internet, un segmento che oggi conta quasi 15 milioni di utenti.20130719_SocialShares

Il tema della nuova informazione “social driven” è complesso e pieno di sfumature perché se i numeri di base appaiono notevoli e sorprendenti ci sono implicazioni relative al profondo cambiamento degli stili di fruizione (le “snack news” lette in modo veloce e superficiale) e dei processi di formazione dell’opinione pubblica (il “sentito dire” più che la maturazione di una posizione personale). Ancora una volta si dovrebbe  ricordare che la Rete non distrugge, se non nel senso di una distruzione creativa, e nel caso dell’informazione sta trasformando in pochi anni un sedimento di cent’anni di abitudini dei lettori e un modello di business rigido e consolidato. Ma sul fronte della domanda val la pena ricordare che non c’è mai stata tanta richiesta d’informazione come oggi e un numero crescente di device che utilizziamo sono abilitati a fornire un servizio d’informazione unitamente a un canale di feedback.

Insomma, sappiamo cosa lasciamo ma non sappiamo ancora dove arriveremo e questo – almeno per un ricercatore – è decisamente affascinante.

“Il Futuro del Commercio” è multicanale

eBay presenta lo studio realizzato a NetComm, Human Highway e Politecnico di Milano
Milano, 04/07/2013 – Il futuro del commercio è sempre più 3.0, all’insegna del “total retail” – un mix tra negozi tradizionali, vendita on line e mobile – con l’eCommerce capace di essere un vero antidoto alla crisi per clienti e imprese. E’ quanto è emerso dalla conferenza stampa di presentazione della ricerca “Il Futuro del Commercio”, realizzata per eBay dal Consorzio NetComm, Human Highway e dal Politecnico di Milano, che ha confermato la crescita del Marketplace di eBay come piattaforma dove trovare prodotti nuovi a prezzi convenienti, capace di eguagliare e superare – nelle ricerche degli utenti – i siti delle grandi marche.
All’incontro hanno partecipato Giovanni Fantasia, direttore generale di eBay in Italia, Riccardo Mangiaracina, del Politecnico di Milano, Giacomo Fusina di Human Highway, Roberto Liscia, presidente del Consorzio NetComm e Massimiliano Dona, segretario generale dell’Unione Nazionale Consumatori (UNC).

Lo studio presentato da Human Highway è stato ricavato da un’indagine condotta su un campione di 1.102 acquirenti online italiani. L’analisi ha preso in esame 16 touch points (16 diverse modalità – sia online che tradizionali – di conoscenza e interazione con il prodotto oggetto di un acquisto) e 10 categorie di prodotti. I risultati sono quindi stati crociati con uno dei due canali su cui si è poi effettivamente finalizzato l’acquisto: il canale online (l’acquisto a distanza su Internet) e il canale tradizionale (l’acquisto in un punto vendita fisico).

Tra le diverse evidenze emerse e discusse nell’incontro, quattro conclusioni appaiono importanti per descrivere il fenomeno nelle sue caratteristiche generali:

[1] L’acquirente online ha più gradi di libertà rispetto all’acquirente tradizionale nel percorso di avvicinamento all’acquisto: la sua scelta si basa su informazioni raccolte da un un numero medio di touch points superiore rispetto all’acquirente tradizionale. Questa regola si conferma per tutte le categorie esaminate tranne una, i prodotti turistici: per questi prodotti il numero di touch points toccati da chi ha poi finalizzato l’acquisto online è identico a chi, invece, si è infine rivolto al canale tradizionale. I merchant dell’online devono quindi presidiare un numero maggiore di touch point rispetto a chi vende nel canale tradizionale.
Ma la lettura del risultato offre anche un’interpretazione speculare: i merchant tradizionali non possono non presidiare i touch point dell’online, luoghi in cui i consumatori entrano i contatto con le marche e i prodotti e maturano la loro decisione di acquisto.

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[2] L’importanza assegnata ai diversi touch point nel determinare la scelta di acquisto è identica tra acquirenti online e offline. In altre parole, gli acquirenti non si distinguono in base all’importanza che assegnano al ruolo dei touch point che utilizzano per orientarsi nell’acquisto. I diversi tipi di acquirenti possono usare un numero diverso o una combinazione diversa di touch point ma alla fine del loro “path to purchase” ricavano dalla loro consultazione i medesimi benefici.

[3] Le evidenze dei due punti precedenti mostrano come la distinzione tra acquirenti online e offline sia solo momentanea e definita dal fatto che ci troviamo in un momento storico di discontinuità tra il nuovo retail abilitato dall’online e un modo di informarsi e fare acquisti che si è strutturato in decenni di consuetudini. Il campione della ricerca è infatti composto da individui che hanno esperienza di acquisto online e decidono, di volta in volta, di finalizzare la scelta di acquisto sul nuovo o sul vecchio canale. In realtà non esistono acquirenti online e offline ma acquirenti capaci di muoversi in modo intelligente tra i due canali e sentirsi a loro agio con i nuovi strumenti offerti dalla Rete, inclusa la possibilità di finalizzare l’acquisto su Internet. Nei prossimi anni il confine tra vecchio e nuovo si dissolverà e ci riferiremo a un vasto insieme di persone che ha adottato il nuovo stile di acquisto abilitato dall’online.

[4] La regola dei cinque touch point. Quanti touch point consentono di maturare una decisione di acquisto lucida e informata? Cinque.

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Un percorso che consulta meno uno solo o due touch point non dà dei risultati altrettanto buoni quanto un percorso che ne combina tre, quattro o cinque. Sperati i cinque touch point, però, il beneficio marginale che ne ricava il consumatore diventa quasi trascurabile. Percorso che esamina tutte le possibilità e consulta tutte le informazioni disponibili non è efficiente: fermarsi a cinque occasioni di interazione con la marca o il prodotto è sufficiente per maturare la giusta decisione di acquisto, sia online che sul canale fisico.

Il customer journey del lusso in cina

L’oriente si attesta nel 2012, e si riconfermerà nel 2013, come il motore di crescita del mercato mondiale del lusso. In particolare la Cina, dove i volumi di vendita sono cresciuti del 20% l’anno scorso e si stima possano fare un ulteriore +8% quest’anno.

Per questo motivo i professionisti di Human Highway e Havas Media Group (HMG) hanno analizzato le motivazioni, le consuetudini ed i trend emergenti che riguardano il consumatore cinese nell’approccio e nell’ acquisto di prodotti di lusso.

Human Highway ha condotto lo scorso mese di maggio un’indagine online intervistando 1.241 individui cinesi rappresentativi degli utenti Internet del paese. L’indagine ha utilizzato il metodo di analisi del Customer Journey, basato sulla misura dell’incidenza e della rilevanza dei diversi touch point nel percorso che precede l’acquisto di un prodotto di lusso. I touch point considerati sono sia online che tradizionali e contribuiscono alla costruzione dell’awareness e della famigliarità coi brand per condurre, infine, alla decisione di acquisto.

Durante l’incontro dello scorso 26 Giugno, Havas Media Group (HMG) ha presentato “Chinese Luxury Customer Journey”, l’analisi di scenario sulla situazione e i trend caratteristici del mercato cinese prodotta sulla base delle evidenze della ricerca.

Partendo da un ritratto qualitativo del consumatore cinese dell’upper class, HMG ha individuato gli elementi che impattano sulla notorietà e la desiderabilità dei brand, fino a cogliere le barriere e i facilitatori dell’esperienza d’acquisto in boutique e online.

Sulla base di queste evidenze, si è individuata una rosa di competenze e di tools che permettono alle aziende di sposare un approccio omnichannel, ponendo al centro della loro relazione il cliente e targettizzando la sua brand experience.

Awareness vs Purchase

L’indagine mette in evidenza i punti di contatto indispensabili per costruire una relazione tra brand e consumatore.

Si riscontra una diretta correlazione fra i brand più noti (Louis Vuitton, Chanel, Gucci, Hermes, Dior e Armani) e la loro capacità di trasferire il “brand storytelling” in modo coerente su tutti i touch points. Sono soprattutto i touch points e i contenuti digitali a risultare i più rilevanti (l’88% dichiara di visitare il sito ufficiale dei brand e di ritenerlo lo strumento più rilevante per conoscere il brand e i suoi prodotti).

L’indagine mette inoltre in evidenza i punti di contatto indispensabili per costruire una relazione tra brand e consumatore: ad esempio i contenuti e l’eCommerce devono essere fruibili su piattaforma mobile e in Mandarino. Oltre alle properties che l’azienda deve sviluppare, occorre alimentare anche la reputazione online, generata dagli opinion leader sui micro blogging e le testate fashion digitali.

Touch Points engagement Map

E’ proprio la capacità di monitorare il comportamento di ogni singolo consumatore, e di averne ben chiaro il suo profilo, che permette al brand di ingaggiarlo in modo sempre più coerente e rilevante. “Quello che emerge – commenta Isabelle Harvie-Watt, CEO & Country Manager di Havas Media Group – è che i brand devono investire maggiormente nei software e nella tecnologia, strumenti che permettano loro di monitorare tutte le esperienze vissute dal consumatore, in modo da potere personalizzare l’offerta a lui proposta e renderla un’esperienza unica e irrinunciabile